Come sapete, dopo MegaVideo e MegaUpload anche Library.nu – sito espressamente dedicato alla diffusione di ebook pirata – è stato chiuso d’autoritá.
Nulla da eccepire sulla illegittimitá del sito, naturalmente, ma risulta spontaneo chiedersi se non si tratti in realtá di una vittoria di Pirro da parte dell’Associazione Italiana Editori e dei suoi analoghi internazionali che hanno voluto l’operazione. Piú in generale, quanto avvenuto offre lo spunto per affrontare il tema della pirateria dei libri elettronici e ancora piú in generale quello del copyright ai tempi del passaggio da editoria analogica a editoria digitale.
Si tratta di un problema spinoso e complesso, anche e soprattutto perché legato a doppio filo ad un modello di business consolidato da decenni e che – come giá avvenuto praticamente per ogni medium, dalla stampa alla musica arrivando fino a cinema e televisione – rischia e teme di essere travolto dall’avvento delle nuove tecnologie digitali.
Ognuno di questi ambiti ha le sue specificitá e deve trovare perció le sue ricette per affrontare il problema; tutti peró hanno un minimo comune denominatore: tutti cioé hanno reagito – almeno inizialmente – opponendo una strenua resistenza al cambiamento, cercando di erigere margini che mai peró si sono dimostrati sufficientemente elevati per risolvere davvero il problema; per tutti questa strategia si è dimostrata fallimentare; tutti sono accomunati dall’esigenza di superare un modello ormai obsoleto favorendone uno nuovo ed al passo coi tempi.
Il digitale è infatti una di quelle innovazioni tecnologiche talmente dirompenti da provocare un vero e proprio cambio di paradigma, e come tale va affrontato con strumenti nuovi affinché possa configurarsi come una vera opportunitá per il futuro anziché come ostacolo al passato che lo status-quo rappresenta.


La sfida non è banale né facile, ma occorre trovare un nuovo equilibrio che probabilmente risulterá molto distante dal modello editoriale tradizionale.
È interessante guardare al mondo della musica, quello che – seppur non ancora giunto ad una forma di nuovo equilibrio – da piú tempo si è trovato a misurarsi con questo tipo di problematiche ed è quello in cui il modello economico si e evoluto di piú. Ricordate la vicenda di Napster? Inventó il peer-to-peer che ebbe un tale successo da scuotere alla base il ricco business delle case discografiche, che forti della loro posizione di potere riuscirono dopo qualche tempo a farlo chiudere; risolto il problema? Niente affatto perché siti e software analoghi nacquero come funghi mentre le grandi etichette musicali continuarono ad investire enormi quantitá di tempo e denaro nella loro battaglia contro i siti pirata.
A distanza di anni quelle stesse etichette continuano ad esistere, anche grazie alle innovazioni introdotte da Steve Jobs che ha pensato bene di creare uno store virtuale – iTunes – che vendesse le canzoni ad una ad una anziché album i quali spesso contenevano non piú di un paio di buoni brani, ad un prezzo ragionevole e ben distante da quello dei vecchi CD e senza DRM anziché infastidire con invasive tecnologie anticopia i pochi che scaricavano mp3 pagandoli.
Continuano ad esistere – dicevamo – ma ne sono uscite notevolmente ridimensionate. Nello stesso lasso di tempo sono nate e progressivamente diventate grandi aziende come TicketMaster, che hanno intuito che le entrate perse dalla vendita dei CD potevano essere piú che compensate dalle entrate dei concerti, dai biglietti sempre piú cari ma non per questo meno richiesti. Col senno di poi si tratta di qualcosa di prevedibile seguendo le teorie economiche di base: è il bene scarso – se desiderato – a dettare il prezzo piú alto, e la scarsitá del supporto (il CD, il DVD in questo caso) nel mondo digitale diventa irrilevante. Se le major fossero state piú attente alle evoluzioni del mercato anziché sforzarsi di difendere strenuamente il loro interesse precostituito forse Ticketmaster non avrebbe avuto vita facile e chissá avrebbero potuto essere loro a spartirsi il business della musica dal vivo.

Come accennato, ogni settore ha le sue specificitá, e quindi non è immediato trasferire le lezioni di quanto avvenuto nel mondo della musica ad altri settori come il cinema o l’editoria. Tuttavia l’approccio di fondo dovrebbe essere lo stesso, vale a dire sperimentare nuove forme e modelli di business che sappiano sfruttare le caratteristiche del libro elettronico anziché tentare di replicare in un mondo nuovo le strutture e gli strumenti che hanno funzionato in quello vecchio.

Oltretutto è il concetto stesso di copyright che dovrebbe essere rivisto ed adattato alla luce dell’evoluzione tecnologica degli ultimi anni, ma in direzione diametralmente opposta ai tentativi di renderlo ancora piú rigido e gravoso come i recenti SOPA negli Stati Uniti e ACTA a livello internazionale hanno tentato di fare suscitando una forte e diffusa opposizione. In questo senso occorre un nuovo e piú adeguato equilibrio tra le esigenze di chi offre contenuti e quelle di chi li consuma, come suggerisce questo interessante post di Arturo di Corinto per l’Espresso, e come in qualche modo sembra riconoscere anche questa sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Per dirne una, tutelare il diritto d’autore per 70 anni dopo la morte dell’autore assume agli occhi del lettore la caratteristica di immeritato privilegio a scapito della libera diffusione della cultura. Ma questo apre un altro tema che merita di essere discusso separatamente.

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